In un pomeriggio raggiante di Settembre io e il mio amico Nino ci siamo imbattuti in un barbone, era seduto a terra, ricoperto da croste radiosi di fibromi e larve felici. Il barbone si chiamava Massimiliano, era un vecchietto rovinato dalla vita, unico particolare stravagante, impugnava fra le mani vecchie una rivista completamente unta di piscio e broscia vegetale di colore indefinito. Il mio amico Nino rendendosi conto della irreale situazione mi spingeva, conoscendomi più coraggioso, a controllare che tipo di rivista fosse per soddisfare la sua atavica e morbosa curiosità. Presi un bastone di legno per non toccare con mani lo schifo deforme che Massimiliano era. Massimiliano era il nome che aveva scritto nel berrettino di plastica che teneva nella prossimità del capo, una spugna epidermica di peli e acne mista a bitume e ecchimosi ormai storicizzate nel tempo, una maglietta tutta bucata e una lattina di birra completavano la magnifica coreografia di decomposizione. Il barbone di merda sembrava infastidito dagli scossoni che gli davo con furia nel petto per capire quale fosse la rivista che teneva fra le mani, lo facevo per Nino, a me non importava tanto, era un particolare di cui potevo fare a meno, poi d’improvviso Nino sfoggiava una mossa da lotta eccezionalmente raffinata, nel viso, i denti, pezzi di avorio lucido su asfalto trasformavano l’ambiente in un video musicale animalesco, il fuoco negli occhi del poverino carichi di sangue riflettevano parziali importanti della copertina, la rivista si fece viva a poco a poco come nelle migliori partite di poker fanno le carte muscolose, e mentre Nino si puliva gli stivali sporchi di vecchio, andavo all’indice, per poi spingermi nell’editoriale strambo.